La nostra bella cittadella, più di ogni altra subì nei
secoli saccheggi e devastazioni, pestilenze, terremoti e maremoti. Per
meglio capire cosa dovettero subire i nostri avi nel corso dei secoli,
elencherò in modo cronologico questi episodi negativi: - partirei
proprio da Annibale nel III sec. a.C. che distrusse molte città
comprese Buca, Cliternia, Geronio ecc…; - per continuare non sappiamo
nulla fino al saccheggio dei Visigoti guidati da Alarico nel 410 d.C.
che seminò distruzione e non risparmiò Termoli; - e ancora
nel 842 la già citata incursione dei Saraceni di Sicilia;
nel 1117 e nel 1125 due tremendi terremoti rasero letteralmente al suolo
il piccolo borgo, le mura perimetrali in parte si erano frantumate e riversate
nel mare, anche le torri e il maschio normanno subirono gravi lesioni,
tanti furono i morti; poi appena cominciò ad intravedersi un cenno
di ripresa della vita commerciale della città, nel 1137 le truppe
di Lotario seminarono morte e distruzione; - nel 1203, durante l’assenza
del Conte Oliviero scoppiò una pestilenza che fece numerose vittime
e ne bloccò la ripresa economica, almeno fino al suo ritorno.
Nel 1240 ci fu l’attacco dei Veneziani che diede un duro colpo alle
strutture difensive; nel 1332 un’altra pestilenza si abbattè
sul territorio procurando morte e sofferenze; torna il terremoto nel 1456
che non risparmiò i termolesi che ancora una volta dovettero subire
le calamità naturali; il 1566 è l’anno dei turchi
di Pialì Kair Eddyn (Ariadeno Barbarossa); questo evento, sinceramente,
mi ha appassionato molto in passato fino a realizzare una gigantesca rievocazione
nel 1999 che ebbe 100.000 spettatori plaudenti ed entusiasti, solo oggi,
però, mi rendo conto che forse mai avrei dovuto rievocare un evento
così funesto e per giunta finito male, molto male, non tanto per
la popolazione che riuscì in qualche modo a fuggire verso le colline
di Guglionesi, e a salvarsi, bensì per le case e soprattutto per
i monumenti, per la Cattedrale che fu incendiata e con lei gli archivi,
depredata dei tesori e profanata a tal punto che ancora oggi, malgrado
i magnifici restauri, si scorgono ancora i segni del passaggio degli invasori.
Quando ancora il ricordo dell’attacco turchesco era vivo nelle menti,
nel 1625 un tremendo sisma scosse la terra facendo tornare la paura nel
popolo e dopo appena due anni nel 1627 ci fu un maremoto che colpì
il Monte Gargano senza risparmiare le coste Termolesi. Lo storico Mario
Baratta così parla dell’evento disastroso nel suo libro “I
terremoti d’Italia” (Torino 1901, pp. 121-124): “30
luglio 1627 – Terremoto nella regione garganica.
Leggere scosse di terremoto cominciarono a sentirsi nell’ottobre
1626 e poi anche a gennaio e aprile 1627. Dopo di che la terra stette
in quiete fino al 30 luglio.
Fra i fenomeni precursori dobbiamo notare l’intorbidamento delle
acque dei pozzi e molti rombi sotterranei.
La grande scossa fu preceduta da intenso rumore, cui successe un ondeggiamento
del suolo a tre riprese, sempre più forti; quindi un energico movimento,
susseguito da tremiti lunghissimi.
A Lucera il suolo ondeggiò per tre “credi” ed uguale
forma ebbe il movimento sismico a Chieti, fuori dall’area dei danni.
In San Severo tutti gli edifici, i palazzi, le torri, furono in massima
parte rovinati: 800 morti.
Torremaggiore fu quasi totalmente distrutta: 900 morti.
San Paolo subì la stessa sorte con 350 morti.
Serracapriola fu quasi tutta rovinata: 2000 morti. Cadde gran parte dell’Abbadia
di Ripalta.
Lesina fu rasa al suolo ed ebbe 150 morti.
Furono rovinate altre città ma Termoli subì il 9 settembre
un nuovo parossismo preceduto da tempesta da tuono e mare altissimo che
danneggiò la costa spazzando tutto via.
Un fenomeno spettante alla intera circolazione delle acque si che l’acqua
de pozzi crebbero in tal copia di uscire di per sé all’esterno
e superandone i parapetti”.
Nel 1703 fu assediata da seicento Austriaci comandati dall’Arciduca
Carlo.
Questa volta Termoli, che dava segni di risveglio economico, commerciale
e urbanistico, si difese strenuamente. Un popolo coraggioso capeggiato
da un Vescovo battagliero e tenace, il Mons. Michele Pitirro, respinse
e addirittura inflissero una sonora batosta ai numerosi austriaci sbarcati
con grandi velieri. Il Vescovo spronò con il dono della fede e
della parola il popolo che si armò con ogni mezzo, forche, martelli
liquidi e pece bollenti, coadiuvando la piccola guarnigione e battendo
il nemico che tornò sui suoi passi lasciando sul terreno molti
morti.
“Questo è un fatto degno di essere rievocato! finalmente
una vittoria! la vittoria di un popolo che sempre fu soggiogato e sottomesso
dagli invasori con torture e sevizie di ogni genere dimostrando grande
eroismo”.