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5 apr 2010

Il Walhalla di un poeta

Lycia Santos do Castilla, una grande artista di fama internazionale, apprezzata e stimata anche come scrittrice, poetessa e critico letterario, ha dedicato ad Antonio Crecchia un saggio critico, in cui passa in rassegna, con rara competenza e profondo acume riflessivo, quasi tutta la produzione letteraria del molisano. Offriamo ai nostri lettori l’introduzione a IL WALHALLA DI UN POETA della Santos e un commento al volume del noto scrittore venafrano Vincenzo Vallone.

Conosco da circa quindici anni Antonio Crecchia, definito da Giuseppe Anziano “lo studioso tra i più acuti del nostro tempo, noto per la poliedricità dei suoi interessi culturali”. L’affinità di idee e di vedute, che ci ha uniti fin dai primi incontri epistolari/telefonici e scambi di opere, è andata via consolidandosi, fino ad assumere i caratteri della sacralità.
Ho letto tutte le sue opere edite in questi ultimi quindici anni, trovandole sempre in linea con la modernità, la sensibilità più alta e acuta, derivante da un profondo umanesimo e dal desiderio di trasmettere i contenuti del suo alto sentire poetico, condensando nelle sue opere, sia in versi che in prosa, un insieme di valori umani, non privi di stimoli etici capaci di incidere (per quel tanto che la parola poetica possa far leva sulle coscienze cadute nel sonno della condiscendenza acritica riguardo agli eventi che quotidianamente si consumano sotto il sole) nel processo di rigenerazione morale di una società che egli vede procedere all’ombra di falsi ed effimeri miti, responsabili di quel clima di disorientamento generale che turba tante coscienze del mondo moderno. E questo probabilmente spiega il fatto che la maggior parte dei suoi libri vengono editati in proprio e distribuiti tra una ristretta cerchia di “addetti ai lavori” e pochi amici. Prevale in lui la convinzione che il fare e il fare bene sono soltanto fatiche, unite unicamente alla voce di un dovere, ad una sollecitazione morale che detta la sua insopprimibile necessità di comunicare una disposizione possibilistica in ordine alle potenzialità creative dello spirito e dell’intelletto.
La critica gli è stata ampiamente favorevole, sollecitandolo ad aprire nuovi percorsi culturali, a dissodare nuove aree di ricerca, ad allargare gli orizzonti dei suoi interessi conoscitivi.
Tracciare un percorso critico, integrale, sull’intera sua opera di scrittore, poeta, saggista, storico, drammaturgo, ricercatore delle tradizioni folkloristiche del suo paese natale, traduttore di poeti francesi, è impresa ardua e difficile, da scoraggiare qualsiasi biografo. Sono già una trentina le opere edite, ma non è azzardato supporre che molte altre si trovino imprigionate nella segreta memoria del suo computer.
Conoscendo la sua tenacia nel portare avanti progetti nuovi e di diversa natura uniti all’amore per l’attività editoriale, ho la vaga intuizione che egli stia già lavorando alla “sua” autobiografia. E
non c’è da stupirsi se il progetto sia in fase di maturazione.
Poeta appartato e alieno dalle manifestazioni a carattere sociale, ha fatto propria la massima di Epicuro, per il quale la felicità è possibile viverla unicamente nel ritiro della solitudine, lontano dai rumori e dal frastuono del mondo. “Se vuoi vivere felice, dice infatti il filosofo greco – vivi nascosto”. Egli è più propenso ad essere che ad apparire, lavora alacremente, senza soluzione di continuità tra le quiete e calde pareti del suo studio, e nella ricchezza del silenzio “si è creato un suo Pantheon – ha scritto recentemente Antonio Coppola – da dove ammira il creato e lo respira… Potrei riportare una lunga serie di giudizi entusiastici sulla sua poesia e sulle varie opere edite, ma sono certa che il mio amico vorrà prendersi personalmente questa soddisfazione con la pubblicazione in volume di tutto quanto su di lui è stato detto e scritto.
Tuttavia, alcuni stralci di giudizi, che si possono leggere in quarta di copertina o all’interno di alcune sue opere di poesia, possono essere funzionali al mio intento di rendere testimonianza della varietà e poliedricità dell’arte scrittoria del mio amico molisano. Concordo con Corrado Gizzi - altro illustre molisano di cui Antonio Crecchia ha curato la pubblicazione del suo “Itinerario scientifico-letterario” (Ianieri Editore, Pescara 2009) - secondo cui il nostro scrittore deve essere annoverato tra gli autori più prolifici - di quelli che contano - del nostro tempo, in campo nazionale. Ma l’ammirazione di Gizzi si concretizza in questo pensiero, che si legge in quarta di copertina di “Fiori d’argilla”: “Ovidio ha scritto che c’è un Dio in noi il quale, quando si commuove, fa compiere miracoli. La mia convinzione è che il Dio che abita in te è in continua commozione, di qui il miracolo della tua sublime, stupenda e alata poesia, ma anche della tua prosa avvincente”.
Segue quest’altra perla, della scrittrice e poetessa francese Yann Jaffeux: “Savez-vous, cher poète Antonio Crecchia, à quel grand écrivain français vous me faites penser? La même élégance! la même grandeur d’âme, la même nostalgie poétique: à François-Réné de Chateaubriand! Mais lui écrivait surtout en prose”.
“Davanti a considerazioni profonde e meditative, - ha scritto di recente Brandisio Andolfi - davanti a tante espressioni piene di emotività poetiche non si può non arrivare a considerare la poesia di Antonio Crecchia piena di valori intimi e profondi della più alta tradizione classica. Quella della raccolta “Orme della mia terra” ne è un esempio inconfutabile e inequivocabile”.
Per il critico Giuseppe Anziano, “nei versi di A. Crecchia domina la dimensione soggettiva nelle forme della riflessione esistenziale, ora gioiosa ora amara, a seconda degli stati d’animo, e della consapevolezza di un disagio che coglie tutti gli uomini e che è motivo di schietta tristezza”.
“Da Fiorisce un cenacolo (ottobre-dicembre 2008 n. 10/12), stralcio queste epressioni dettate dal suo direttore Carmine Manzi: “Antonio Crecchia non è un nome cer¬tamente nuovo nel campo della poesia, dove giganteggia da lunghi anni con il suo pensiero e con il suo messaggio caldo di umanità e di fede”. Leggendo la silloge “Orme della mia terra”, il grande scrittore, poeta e saggista di Mercato S. Severino (Sa), ha la sensazione di fare una scoperta, “forse perché qui gli accenti sono più vivi e vi¬branti, forse perché si leva dai suoi versi una distinta armonia, forse perché è più spiccata la sua umanità; e dalle pagine s’innalza prepotente il grido del dolore, come mai l’avevamo ascoltato pri¬ma. I componimenti, centoventi sonetti di squisita fattura, non hanno titolo, portano soltanto un numero, ma in più sono ac¬compagnati da un breve pensiero di intro¬duzione, che bene si accompagna alla lettu¬ra.
Antonio Crecchia resta indubbiamen¬te il ricercatore di immagini per cui sempre si è distinto, ma nella cadenza dei suoi versi dimostra non solo di essere in pos¬sesso di una tavolozza quanto mai ricca e luminosa, ma di possedere una musicalità calda e profonda, armoniosa, che proviene dalla orchestrazione dei suoni e da tutto quel dolore che nasce dalle radici della sua terra...”
Non mancano voci autorevoli del mondo accademico, come quella del noto critico Emerico Giachery, a convalidare la bontà del suo “fare poesia”. Scrive il noto critico: «Questi “Frammenti” di Antonio Crecchia hanno la densità e intensità, vissuta e insieme “aperta”, e come sospesa nella pienezza d’una “epifania” dei più raffinati haiku (ai quali si avvicina il frammento n. 5). “Stupore e meraviglia”: è un principio di poetica, ma anche ogni conoscenza vera nasce, diceva l’antico, da stupore. Il filosofare, certo. Ma anche la poesia come conoscenza lirica dell’esistenza. Giustamente, a mio avviso, Crecchia non costringe i suoi momenti di conoscenza-amore (amore del mondo, vera e sola arte del vivere e religione nel senso più lato) entro un limite di versi stabilito, come negli haiku canonici). Lascia, (se non è un giro di parole) ad ogni respiro il suo giusto respiro. Il suo giusto tempo lirico. Questo il dono del libro. Per questo dono, spero, avrò caro di riprenderlo di tanto in tanto. È un libro fatto per questo, e per questo come fuori del tempo, diciamo del tempo banale. È il tempo della poesia della vita».
In una sua nota recensiva, il grande critico Vittoriano Esposito afferma che “Antonio Crecchia, non più succube delle polemiche su autonomia ed eteronomia dell’arte susseguite alla fine dell’idealismo crociano, ristabilisce un giusto rapporto tra poesia e filosofia facendone un “moto naturale dell’anima”, capace di fondere insieme cose sensibili e cose intelligibili, per farne un baluardo sicuro dell’essere e del vivere”.
“Ogni parola, ogni pensiero, ogni verso della poesia di Antonio Crecchia – scrive a sua volta Brandisio Andolfi - ti scuote, così, dentro perché senti che l’anima «sciama / in mille impreviste sensazioni / in rivoli di non chiare speranze / in onde fluttuanti d’emozione». Se lo dice il Poeta di Tavenna è verità indiscutibile e inconfondibile perché uscita dalla sorgente pura della ispirazione di una mente che attinge nei meandri delle sensazioni dolci e amare dell’animo umano. In quest’arte il Crecchia è maestro, e per rendersene conto è sufficiente leggere almeno un paio delle numerose raccolte di poesie da lui scritte in tanti anni di produzione poetica: tutta pregnante di una liricità e chiarezza espressiva della più confacente alla tradizione della poesia classica italiana. Stupende sono certe espressioni poetiche, metaforiche, descrittive, dolci e tristi come queste: «lascio le mie pene ai salici della valle».
Anna Aita rileva, tra l’altro, che “c’è, nella poesia del nostro Poeta, talvolta, un cupo pessimismo, una visione del presente e del domani davvero sconcertante. Ed è nella più grande disillusione che egli scrive: “Dorme il passato. È vetro il presente / ... / una pagina bianca la mia mente.
Un canto amaro, una poesia, molto spesso struggente, che racconta il tormento della solitudine, dell’insoddisfazione, del dolore per il disamore regnante, sentimenti che, a volte, pressano talmente forti da costringere l’Autore, come scrive in una delle sue belle liriche, a fuggire da se stesso. Forte è anche il malessere degli anni che si sono accavallati, diventando troppi perché egli possa attardarsi nei suoi desideri. Ecco, allora, che la poesia diventa mezzo per esorcizzare, almeno in parte, la sofferenza”.
Per Vincenzo Rossi, corregionale di Antonio Crecchia, “…occorrono una cultura non solo raffi¬nata ma viva e una specifica sensibilità per comprendere e vivere le penetrazioni nell’accadere oggettivo dentro l’ani¬ma del poeta che in un linguaggio carico di sostanza affida alla pagina il fervore, la fusione della sua spiritualità inscindibile né dall’accadere oggettivo né dal ritmo fonico-significante che lo fissa sulla pagina densa di sensi personalissimi e di un potere rinnovante il comune uso della parola.
Evidente e incondizionata la stima e l’ammirazione della poetessa beneventana Anna D’Agostino, che scrive: “Antonio Crecchia, poeta della natura, degli affetti e dei sentimenti, resi sempre con profonda indagine psicologica nei valori tonali e nelle modulazioni ritimiche; saggista e critico, che con metodo e partecipazione conduce i suoi lavori e coinvolge per il suo stile, espresso con ricchezza lessicale e fluidità del periodare”.
Non meno elogiativo il pensiero di Iliana Onesti, cui si deve questa annotazione: “Antonio Crecchia rivela l’innata sensibilità, soavità ed anelito ascetico verso una dimensione superiore della poesia, quella che si traduce in melodia nitida e sobria, ricca unicamente di quelle primordiali pulsioni interiori che, con armonico ardire, il Nostro riesce a riecheggiare per riscoprirne le libere ali che fallaci e gratuiti artigli cercano, comunque e dovunque, di annichilire. Eppure all’emerito spirito di rivalsa di questo poeta non mancano, di certo, gli espedienti più congeniali per librarsi, vittorioso, nei colori dei cieli più nuovi, dove ritrovare quel lirismo unico che può profondere solo quel vivido connubio, in Lui così acuto, tra classicità e modernità, estetica ed etica, tra un passato che stenta a morire ed un presente che, tuttavia, non riesce a decollare, perdendosi, magari, nelle strettezze di aridi ed impervi sentieri...”
Entrando nel “cuore” del suo mondo poetico, Fulvio Castellani ha scritto: «È una realtà, questa, dai toni decisamente alti e che veicola in ogni circostanza momenti che si innalzano ad abbracciare dettagli esistenziali che incidono le problematiche dell’oggi e che suscitano emozioni dal fascino non momentaneo.
La sua, pertanto, è una poesia che privilegia la parola musicale, il ritmo interiore, l’essenzialità e la purezza espressiva. Bene ha scritto Giuseppe Anziano, ovvero che Antonio Crecchia è un “poeta delicato e profondo, in possesso di una sensibilità tale da percepire e cantare tutti gli aspetti della vita” in quanto “esprime in versi trasparenti e ricchi di calore le gioie e il dolore, i rimpianti, i sogni, le illusioni, le disillusioni”.»
Per quanto riguarda la sua attività di saggista, si riporta un giudizio del grande poeta mirabellano Pasquale Martiniello, al quale Antonio ha dedicato un’encomiabile monografia: “L’evoluzione poetica, spirituale ed artistica di P. Martiniello (Editrice Ferraro, Napoli, 2007, pagg. 272), considerata “un evento letterario”. Tra gli altri saggi dedicati al poeta irpino bisogna segnalare “P. Martiniello: Poeta ribelle ad ogni giogo” (2008): “Il tuo impegno critico – scrive Martiniello - non è un lavoro come da prassi comune, che coglie le impressioni di prima lettura. Il tuo è frutto di un attento e approfondito studio, di un'insolita esposizione illuminante, che esprime la varietà dei sentimenti riscovati nella polisemia disseminata talvolta nei solchi contorti del territorio poetico. Come al solito tu unisci in un discorso logico e felice l'alta intelligenza critica, lo squisito gusto della parola, sempre pregna di tensione lirica, la scelta oculata dei versi che puntualizzano e comprovano gli atteggiamenti dell'autore di fronte alla realtà, che muove e scuote la fantasia e provoca le reazioni più disparate, tradotte in immagini e ritmi, che veicolano il messaggio.
Un lavoro di tal genere e qualità può essere fatto e organizzato soltanto da un grande poeta, quale tu sei, che ha avuto in dono anche la virtù critica, così nobile e aristocratica da ricordarmi le finezze di stile e il possesso dei mezzi tecnici e strumentali del Momigliano. Già sei in questo campo (e me ne compiaccio) uno che detta precisi “numeri” e ora che sei libero da impegni scolastici, puoi meglio allargare il tempo degli studi e produrre, oltre che belle e grandi poesie, opere di vasto spessore saggistico”.
E così e stato.
A conclusione, un sintetico, calzante giudizio di Silvano Demarchi: “La poesia di Antonio Crecchia, si esplica senza freni, ma con preci-sione di vocaboli, ricchez¬za di dettagli, incisività di immagini e con una musicalità aperta e travolgente”, e una limpida considerazione di Iliana Onesti: “Chi scrive può e deve elogiare l’indole dell’AUTORE, impareggiabile nell’analisi delle dinamiche di ieri e di oggi, eppure conservando un nitore plastico, si direbbe, senza sconfinare in assurde pretese di ribellione estemporanea o di rito, ma riuscendo, in maniera più che esemplare, a guardare il cielo, sollevandosi dalla tetra terra per recuperarne il seme della speranza e della musicalità, oggi coperta da suoni sempre più dirompenti...”.
Non va dimenticato, infine, che Antonio Crecchia è autore di numerose monografie dedicate a poeti viventi, nelle quali si coglie la sua passione per gli studi letterari e il suo non comune acume critico, condensato in un linguaggio limpido, vigilato, di cristallina trasparenza semantica, ricco di suggestioni stilistiche ed estetiche, comprensibile e intelligibile a tutti.

Lycia Santos




ANTONIO CRECCHIA E LYCIA SANTOS DO CASTILLA

Basterebbe dire: un poeta o una poetessa e ciò dovrebbe bastare per qualificare una personalità, invece per Antonio Crecchia e Lycia Santos do Castiglia non basta una simile definizione. Il primo non è solamente tale, e come afferma la stessa autrice del volume di critica “Il Walhalla di un poeta” studio su Antonio Crecchia, egli è scrittore, poeta, saggista, storico, drammaturgo, traduttore. Lei stessa affermo io, è poetessa , narratrice, saggista, pittrice e forse vi è qualche altro appellativo che ignoro. Dipanare la personalità dei due illustri personaggi non è facile e diventa più complessa, man mano che si cava a fondo del loro mondo di pensatori. In tal modo il rischio di sbagliare è grande.
La Santos do Castiglia, nella prefazione al suo volume, cita i nomi dei vari critici che si sono occupati di Crecchia come Brandisio Andolfi, Giuseppe Anziano, Carmine Manzi, Emerico Giachery, Vittoriano Esposito, Anna Aita, Vincenzo Rossi, Anna D’Agostino, Iliana Onesti, Fulvio Castellani ed altri che non omettiamo per scarsa bravura di analisi critica, ma solo per non prolungare una lista che diventerebbe noiosa.
L’analisi che conduce Lycia Santos do Castiglia, sin dall’inizio del suo lavoro, è attenta e scrupolosa, e lungo il suo percorso si snoda su tale piano, fin quando chiude la sua visione di critico sui lavori di Antonio Crecchia.
Vista la molteplicità delle opere partiamo dal Crecchia poeta, come lo ha visto la Santos do Castilla. Egli viene analizzato attraverso la sua profonda ispirazione che diventa poliedrica, a secondo i momenti di pathos creativo. Così abbiamo versi di grande sensibilità per il mondo della natura, madre suprema di tutte le cose, compreso lo stesso uomo, che intanto, tende a distruggere la stessa madre creatrice. Denuncia profonda e sofferta che mentre coinvolge il poeta molisano, strugge di passione La Santos do Castiglia. In questa natura il pensiero di Crecchia dà luce ed ombra: luce per la sensibilità che sente verso di essa, nella sua multiforme bellezza; ombra per l’angoscia che nota per la noncuranza di una civiltà intesa a violentarla nei più impensati modi. Di fronte a questa realtà Crecchia sente il bisogno di mirare albe e tramonti immacolati, che ancora riescono a dare uno spirito di eternità. D’innanzi al miracolo del creato, il poeta sembra inginocchiarsi e con i suoi versi pregare un Assoluto che continua a dormire. Ma la poesia del Nostro, rilevata nel volume “ Il Walhalla di un poeta” non è solamente l’incanto della terra e del suo germogliare, ma vi è anche la ferma denuncia della guerra come testimonia la Santos do Castilla. Sono: “Il grido... la solitudine... la guerra... albe di sangue... l’orrore di nuovi olocausti... l’angoscia che spazia ai bordi sconfinati delle stragi...” ma, soprat-tutto, “il calco d’un verso / deposto nella nicchia bianca/ di una tela vuota”...
Il verso qui non ha più spirito contemplativo e di riposato sentimento, ma diventa drammatico, sofferente, se non di rabbia che in fondo cova nell’animo dell’artista. L’autrice sa cogliere con perfetta intuizione il mondo poetico di Crecchia. Questo mirabile lavoro della Santos do Castilla, coglie il segno proprio perché la sua critica non si ferma sulle apparenze, ma cerca di andare a fondo dell’intenzione del poeta. Ella lavora di psicologia e sin dove può, cerca di raggiungere il subconscio del poeta molisano. Il lavoro che si snoda su questo piano ha il pregio di cogliere tutte le sfumature del verso e semmai aggiungere ciò che l’autore non ha detto, lasciando nell’interpretazione un mondo ancora da esplorare. Quindi, la critica adottata dalla Santos do Castilla diventa psicologica e in altre occasioni storica. Con la chiave psicologica-storica riesce a denudare la complessa poesia di Antonio Crecchia, la quale mentre si sviluppa in tormentate riflessioni, offre aperture di facile comprensione. Infatti la Santos do Castilla apprezza il verseggiare del poeta, che è sempre lucido e bene impostato. Quello che colpisce è il verso che diventa in molte liriche pieno di represso dolore, il quale si estende a tutta questa indifesa umanità. Sotto questo aspetto la Santos do Castilla coglie nelle poesia del Crecchia un aspetto molto importante che non è più quello singolo o territoriale, ma universale. In tale situazione è proprio vero che il dolore non ha patria e tanto meno razza, ma è uguale a tutti gli esseri, compreso il mondo animale.
Lo stesso poeta, allorché si rende conto di aver tratto argomenti di estrema importanza, con uno sfuggente tono tragico, tende a mitigarlo con il suo humour, che per la Castiglia diventa nero.
La poesia di Crecchia e la critica della Santos do Castilla riescono a trovare una stessa strada che è quella della piena comprensione.
Quella del Crecchia è: “quindi, una poesia che svela intime penombre del palcoscenico delle sue emozioni, dove la spazialità si risolve, in approdo di visioni... (e s’incammina, libera, verso quel mondo che pulsa dentro ogni uomo)”.
La stessa indagine viene usata per esaminare Crecchia come saggista e biografo, vista che ha esteso più di una biografia. Quella che in modo particolare mette in evidenza la Santos do Castilla è la penetrazione del biografo verso i propri autori trattati. Crecchia si dimostra in questi lavori un Certosino di razza: “In tutte le monografie che ho avuto il piacere di leggere con la sua firma, mi ha sempre colpito la costante di quel suo scandaglio dell’inconscio che gli permette di trovare, in ogni personaggio che presenta, il meglio, senza retorica, con linguaggio essenziale ed elegante, corrispondente all’esigenza di un animo sensibile e penetrante, aderente alla realtà”.
Ma l’apprezzamento non finisce qui, in quanto viene valutato la cavillosità verso ogni particolare, che può dare meglio luce sul soggetto in esame. Così passano sotto valutazione opere ed opere, recensioni e recensioni, riconoscimenti e premiazioni, tutto svolto con capillare attenzione. È un lavoro di ricerca, di aggiornamento, di costanza infinita e di tanto amore per le amate e perché no, sofferte lettere.
Nell’opera dell’autrice sarda “Il Walhalla di un poeta” svolta con la sua sensibilità di donna, poetessa e pittrice si raggiunge una perfezione critica di alta levatura. Ma quello che mi è sembrato cogliere qua e là, è la sua mano di pittrice, poiché il suo pennello scorre veloce sulle immagini, ma lascia un segno ben visibile a dimostrare a tutti coloro che credono ancora nel mondo della poesia che essa non è morta, come vogliono alcuni, ma vive, forse sotto la cenere, pronta ad esplodere allorquando s’incontrano personalità come Antonio Crecchia e Lycia Santos do Castiglia.

Vincenzo Vallone