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Dal Giannelli ai Brigida

Mons. Tomaso Giannelli

Il XVIII Sec. inizia con un episodio positivo, un episodio che condiziona positivamente tutta la città, un popolo che comincia a prendere coraggio, la voglia di tornare a vivere serenamente dopo tante tragedie, dopo tante distruzioni e ricostruzioni. Non è dello stesso avviso il Vescovo Mons. Tomaso Giannelli, infatti in questo capitolo racconterò il ‘700 partendo dal giudizio che ha il Monsignore sui cittadini di Termoli fino al racconto dei fatti che si svolsero nell’ultimo decennio del secolo intorno ai Fratelli Birigida, per smentire in qualche modo questo suo pensiero.

 

…dal Giannelli ai Brigida…

Perché questo titolo? Perché questo periodo dal 1753 al 1799?
Vorrò mettere in luce quanto scritto e riportato da S.E. Tomaso Giannelli, Vescovo di Termoli dal 1753 al 1768, anno della sua morte, nel manoscritto “Memorie” sul come descrive la vita e il quotidiano del popolo termolese durante il suo pastorale, quali erano le condizioni economiche, sociali e culturali dei nostri avi del XVIII Sec. e metterle a confronto con quanto ricavato da altre illustri fonti come quelle che si riscontrano dal Catasto Onciario, o dalla relazione ad Limina del successore Vescovo Giuseppe Buccarelli e da altre carte e documenti.
SS. EE. Tommaso Giannelli si esprime così:
“Memorie(Cap. IV Della città di Termoli nel presente suo stato de Cittadini)”
“Vi abitano con angustia i cittadini, mentre la povera gente, che forma la parte maggiore, per quanto sia numerosa la famiglia, non suole avere più di una o due stanze, nelle quali vi ha l’asino, il porco e quanto gli occorre. Gli uomini e le donne giovani compariscono pallidi e radi si invecchiano essendo singolari assai coloro che pervengono agli anni sittanta. Sono frequenti morbi acuti, molti si osservano strutti nelle viscere e talora diventano idropici e niuno conserva la bianchezza nelli denti.
La qualità dell’aere crasso e niente salubre opera, che non vi siano cittadini d’ingegno acuto e penetrante. Alla tenuità dell’ingegno, la mala educazione, la pigrizia, l’ozio, che sono vizi comuni ad ogni ceto di persone e perciò mancano dotti nelle scienze e nelle arti. Quindi molto rade sono le famiglie che vivono civilmente.
Dal popolo pochi sono inclini alle arti o che sia capace di lavorare con qualche perfezione. Onde per le opere in fabbrica di legno e di ferro conviene avvalersi dei forestieri.
Tra questa gente regna la povertà e la miseria per due ragioni. la prima perché si fatica poco e la seconda perché si spende molto per mangiare, vestire e bere.
Le donne non si impegnano nelle arti femminili di filare e tessere la tela, cucire. E niente sapendo fare, niente fanno e così pure oziose vivono nello stato coniugale.
Essendo gli uomini mangiatori e bevitori di vino non è meraviglia che regni il vizio contra il sesto precetto del Decalogo. Mangiare e bere eccitano e sollecitano negli uomini la cuncupiscienza, e le donne pure oziose ed impegnate nella vanità corrispondono senza ritegno. Per lo temperamento torpido e lento si conservano nell’animo gli odi e così nascono le invidie e si procura soppiantare e dargli il gambetto.
In persone dominate dalle descritte passioni non vi può essere la cristianità, le donne ricevono con qualche frequenza li sacramenti ma gli uomini sono nella piazza oziosi o nelle cantine ad ubriacarsi”.

Ho riportato solo alcuni punti fondamentali di ciò che ha scritto il Giannelli, ma nella sua esternazione continua a parlare di commerci inesistenti, di aria insalubre, di sporcizie e profanazioni. Come avete potuto notare, il nostro Vescovo, che ebbe a scoprire le sacre spoglie di San Basso, vedeva e giudicava in questo modo il popolo termolese.
Un po, bisogna ammetterlo, ce la siamo presa, e anch’io quando lessi, mi dispiacque. Quasi rimasi deluso dai miei avi, che immaginavo, fino a quel momento, essere stati dei buoni artigiani o marinai o agricoltori. Immaginavo il mio trisavolo a fine 800 a fare mattoni e tegole (pingë) nella propria fornace, se pur vivendo nelle anguste ed antiche case del borgo, ma pur sempre decorose, ma qui siamo a un secolo successivo a quello preso in esame. Quindi Sua Eccellenza il Vescovo Giannelli mi apriva una porta che io pensavo non ci fosse, Termoli come il terzo mondo, se vogliamo rapportare ad oggi la questione.
Gente zozza e malsana, sfaticati e ubriaconi, ignoranti e rozzi, che vivevano in compagnia del maiale e delle galline, che amavano solo l’ozio e il buon vino per cui percuotevano mogli e figli tra mille bestemmie. Incredibile, mi si demoliva, dopo aver letto il libro, un mondo che credevo ben saldo nelle tradizioni e nella cultura.

Ma torniamo al nostro secolo in esame: venni a scoprire che il nostro piccolo borgo ebbe proprio nel XVIII secolo il maggior sviluppo e incremento Urbanistico, al contrario di quello che afferma il Giannelli, infatti, si intravedono imprevedibili architetture tra i vicoli e gli slarghi dell’antico borgo, che sono il risultato di un costruire spontaneo ma a misura d’uomo, che conferma, nonostante la difficoltà territoriale e la modesta economia, la ricerca di un’armonia con la natura.
Le case nascono statiche e funzionali, in simbiosi con le abitazioni vicine (‘u vëcënätë), e si integravano allo spazio esterno con scalinate e poggi (‘i puijë) muretti affacciati sul mare e grandi androni. In questo secolo vediamo sviluppare la popolazione in modo sostanziale e anche il commercio, infatti avvalendoci di documenti presenti nel Catasto Onciario dal 1741 al 1750 (Archivio di Stato di Napoli Fondo Catasti Vol. 7706) viene fuori il profilo di un centro prevalentemente agricolo che si avvaleva di un grosso vantaggio se si considera la predisposizione al traffico marittimo e anche perché possedeva terreno pianeggiante adatto alle culture più redditizie tipo grano, ortaggi ecc… Gli abitanti erano 900 divisi in 191 fuochi, di questi ben 86 fuochi erano composti da bracciali e 60 di questi erano proprietari di piccoli appezzamenti e anche di qualche bestia, gli altri erano mezzadri (parzënavëlë), vi erano in oltre anche ortolani, mulattieri (traijënirë), massari (mulënarë), tra gli artigiani vi erano fabbri (fërrärë), falegnami, muratori, panettieri, barbieri ecc… Per il commercio vi erano una dozzina di ambulanti e ancora commercianti, inoltre vi erano 11 fuochi che provvedevano al loro sostentamento praticando la pesca, 11 paranze ma anche altri piccoli proprietari di battelli proprio per il trasporto dal caricatoio (riva della spiaggia S. Antonio) fino alle navi in rada ad alcune centinaia di metri a causa dei bassi fondali. I rimanenti fuochi vivevano alla giornata ma pur sempre nell’ambiente del porto e del caricatoio come facchini.
Al vertice della scala sociale termolese di quel periodo, sempre grazie ai dati del censimento Onciario di quegli anni, scopriamo che vi erano 8 famiglie che vivevano di proprio, così dette (senza industria) con rendite ed affitti, vi erano 3 famiglie di professionisti, un duca ed una duchessa… Niente male, non vi pare? Altro che periodo buio e desolante.
Se poi andiamo a spulciare i dati presenti nella relazione ad Limina del successore di Giannelli, il Vescovo Buccarelli nel 1780 (archivio segreto Vaticano), notiamo che dopo appena vent’anni la popolazione sale a 1460 unità. Proprio in questo periodo troviamo che il cassiere della Regia Dogana e gestore del caricatoio era proprio Bernardo Brigida, padre dei fratelli Brigida, eroi del loro tempo, e ancora poco conosciuti dalla maggior parte dei giovani cittadini che leggono.
Bernardo, figlio a sua volta di un Notaio, fu artefice dello sviluppo commerciale del territorio; lui, con gran profitto per tutti, deteneva il deposito generale dei grani riscuotendo grandi invidie da altri potenti della zona. Possiamo tirare un respiro di sollievo, non erano tutte esatte le esternazioni di Giannelli e sicuramente è lontano da me il pensiero che il Vescovo mentisse. Forse però dobbiamo analizzare la questione ponendo il prelato da un punto di vista di chi non fu mai povero, anzi di famiglia molto agiata, non dimentichiamo che il Monsignore fu consacrato Vescovo nel 1753 a soli 40 anni, lo zio Cardinale, forse, condizionò non poco la sua ascesa capitolare e quindi non abituato ad osservare da vicino la povertà che di quei tempi era la normalità. Sicuramente vi erano ubriaconi, mascalzoni e malati, ma nè più e ne meno che in altre città.

 

I Fratelli Brigida

Nel 1799 gli albanesi e l’eccidio della Torre del Molino a Vento, il due febbraio il branco di mercenari albanesi capeggiati da Pronio, Magliaccio e Norante e assoldati dal Cardinale Ruffo Vicario Generale del Regno di Napoli, per ristabilire l’assetto politico e il regio potere, commisero le più atroci nefandezze culminate con la fucilazione dei Fratelli Brigida. Un fatto, questo, su cui mi soffermerò con piacere perché in passato mi ha tanto affascinato che scrissi una sceneggiatura che propongo oggi, depurata però delle minuziose descrizioni che in un lavoro del genere teatrale ben ci stanno, ma che in questo risulterebbero solo lungaggini e fantasie di cui si può fare a meno.

Sera dell’8 gennaio 1834, sono inginocchiato ai suoi piedi alla luce del grande camino, ha un’aria stanca, la statura sempre imperiosa non nasconde la grande sofferenza degli eventi della sua lunga, intensa esistenza.
La sua voce è tremante, le parole vengono fuori direttamente dal cuore, scrigno dei ricordi di una vita piena di sopportazioni di dolori inauditi, la lunga vedovanza e soprattutto la perdita di Basso e Federico dopo una lunga prigionia.
Il volto di Donna Maria è illuminato dalla luce fioca della fiamma del camino acceso, le rughe sono esaltate dalla sua espressione malinconica, i capelli raccolti alla nuca , lo scialle di lana nero lasciava intravedere uno spillone d’oro e tra le dita affusolate delle lunghe mani una corona del rosario che sfrega con garbo ma in continuazione.

“La storia di Donna Maria Concetta Quici, vedova di Bernardo Brigida, Cassiere della Regia Dogana e Mastrogiurato, morto all’età di trentotto anni e madre dei fratelli Basso Nicola e Federico Brigida morti fucilati per mano di una masnada di banditi albanesi nel 1799 presso la Torre del Molino a Vento”

Donna Maria aveva avuto un’istruzione ferma, il padre, don Costantino Quici, facoltoso notaio del contado molisano, era rigido nell’insegnamento del comportamento, pieno di moralità e religione.
Dalla madre, Anna D’Alessandro, aveva imparato l’arte del dirigere la casa e una famiglia, morì che aveva appena compiuto tredici anni e dovette accollarsi tutta la responsabilità delle sorelle e dello stesso padre, senza tralasciare però la scuola che in seguito le tornò utile.
Quanta sofferenza fino all’età di vent’anni, fino a quando si sposò con Bernardo.
Bernardo gestiva con grande passione il caricatoio del grano. L’Arcidiacono Alessandro, zio di Maria Quici, grosso commerciante e importante per le numerose conoscenze e relazioni di larga fiducia, spronò Bernardo alla mercatura all’ingrosso.
Esso aveva ampliato molto i commerci specie con i napoletani e i sorrentini.
Si rifornivano al caricatoio oltre che il Vescovo di Larino, vari signorotti del contado: il Duca di Canzano Lemaitre, il Duca di Castelbottaccio, il Duca di Casacalenda Andrea Valiante (il don Rodrigo della nostra storia), il Barone di Chieti Francesco Farina e il Maresciallo Pignatelli poi Vicario generale di Napoli. Grazie all’onestà senza pari Bernardo in breve raggiunse i massimi livelli di commercio, per cui molti gli erano riconoscenti e gli dimostrarono grande amicizia.
Questi per motivi fiscali, tenevano infossate grandi quantità di grano.
Le fosse per lo stoccaggio del grano erano ricavate a ridosso del piano S. Antonio, il piccolo attracco ricavato nell’insenatura naturale di fianco alle mura medioevali del castello di Federico II, era piccolo ma comodo per il trasporto dei sacchi sulle grandi paranze da carico che arrivavano per i commerci e andavano fino alle coste slave e albanesi.
Gli impegni di lavoro e la famiglia non gli impedirono di occuparsi della cosa pubblica quale Mastrogiurato della città. Era in voga una tassa per possedere un tipo di razza nera di porci sul suolo dell’università di cui Bernardo era Maggiorato. Il magnifico Adamo Cardone di Castelbottaccio aveva un debito fiscale per 178 ducati e 20 grane per questo tipo di tassa, non volendo in alcun modo pagare, Bernardo protestò energicamente facendosi nemico questo ricco mercante.
I giorni passavano frenetici, Donna Maria oltre alla pesa dei sacchi di grano rilasciava anche le bolle ai commercianti che si susseguivano in modo regolare e ordinato.
Nonostante la loro giovane età avevano cinque figlie femmine e due maschi. La prima figlia Carmina Brigida andò in sposa a Don Domenico Carpino Governatore a Termoli nel 1788, la seconda figlia Aurora andò in sposa a Don Vincenzo Rossi di Bonefro, Natalia Brigida la terza figlia si congiunse con il Dott. Domenico Bassani, Anna Maria con un signorotto di Troia Don Urbano Sapelli, proprietario terriero della Capitanata e l’ultima figlia Maria Bernarda che non conobbe il padre che morì poco prima della sua nascita andò in sposa al facoltoso Don Gabriele Manes. I figli maschi erano Basso e Federico che frequentavano l’università di Napoli.
Si preoccupava per quei due ragazzi, Basso e Federico erano sempre insieme, durante gli studi avevano abbracciato l’idea e la causa repubblicana, molto colti, pieni di entusiasmo, e soprattutto bramosi di libertà e giustizia.
Lo spirito repubblicano e di libertà si andava diffondendo tra i giovani studenti, specie quelli che avevano intrapreso le università di Napoli che fu il fulcro del pensare al cambiamento tanto agognato.
Volantini inneggianti ai moti oltre Alpi, contro i padroni borbonici, riunioni segrete e piccole scaramucce mettendo a repentaglio anche l’incolumità personale.
Basso aveva appena compiuto vent’anni, alto e biondo come Federico che aveva due anni in meno, si assomigliavano molto, ed erano molto uniti, cresciuti tra Termoli e Napoli avevano insieme intrapreso la frequentazione di membri di questa o di quella organizzazione clandestina.
Doveva essere un giorno come gli altri, ci si apprestava a mettersi a tavola, ma oggi stava arrivando l’addetto alla posta che portava una lettera, di solito veniva di mattina, e direttamente al caricatoio , è strano che venisse a quest’ora, il sole è quasi scomparso dietro le montagne e la sua figura mentre sale le scale esterne rimane in ombra, il suo viso è cupo, quasi a presagire la triste notizia, si sentì mancare ma anche quella volta mascherò, rimanendo ferma in piedi, in attesa di una notizia che avrebbe sconvolto la sua vita, purtroppo in maniera irreversibile.
Aprì con compostezza la lettera, era della Corte di Napoli “La Giunta” una commissione nominata dopo la denuncia di Pietro Di Falco che ebbe, in cambio di una soffiata, salva la vita e fu relegato in soggiorno obbligato alle Isole Tremiti.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso in quanto Luigi Medici, Reggente della Vicaria, convinse il Re a nominare questa severissima commissione detta appunto “La Giunta” per occuparsi delle congiure contro lo Stato. Aveva poteri straordinari, furono chiamati giudici severissimi come il Vanni che propose il ripristino della tortura. Usare i metodi più crudeli pur di far sciogliere le lingue più corte e tenaci. La Commissione giudicava senza appello chiunque venisse denunciato, sia esso uomo di scienza, di cultura o di arte, senza guardare in faccia nessuno, si imprigionava in nome della monarchia con falsi processi chiunque solo vestisse la moda parigina e dopo lunghi processi venivano condannati a pene severissime senza prove e senza certezze. Era l’inquisizione del pensiero, la paura ed il terrore entrarono in ogni ambiente. Le università Napoletane furono luogo di grande aggregazione segreta. La Giunta infiltrò i suoi uomini che colpevolizzarono i giovani cospiratori rei solo di amare la propria patria e la giustizia.

“Nell’anno 1795 Basso Maria e Federico Brigida sono arrestati da questa “Giunta” per congiura contro lo stato e azione sovversiva in comunione con Domenico de Gennaro di Casacalenda , Vincenzo Rossi di Bonefro, i Fratelli Belpulsi, Eligio Rotondo di Ururi ed altri sono rinchiusi nelle carceri di Lucera e saranno trasportati nelle carceri della Vicaria a Napoli nella posizione di non poter essere visitati da familiari o amici ecc…”
Erano stati presi durante una riunione segreta a Castelbottaccio dopo una retata dove vi presero parte molti militi per cui non ebbero scampo. Era circa l’una di notte, ognuno parlava sottovoce, una unica candela scolpiva quei volti dove spiccavano gli occhi lucidi che sprigionavano l’orgoglio di essere lì per quella nobile causa. Discutevano sul testo di un volantino da distribuire l’indomani durante una festa popolare, ad un tratto sentirono rumori di calci di fucile sulla porta, la casa era circondata, non poterono neppure tentare una fuga, sicuramente una soffiata. In seguito si scoprì che Adamo Cardone (ve lo ricordate perché nemico del fu padre Bernardo) fece la spiata facendo imprigionare i rivoluzionari.
Prima malmenati e interrogati, poi trasportati come bestie alle carceri di Lucera dove subirono ogni sevizia e tortura. L’orgoglio e la fermezza dei principi dei giovani giacobini rivoluzionari dava ancora più fastidio ai carcerieri che si accanivano sempre di più infliggendo le più dure nefandezze. Paradossalmente risultò positivo e miracoloso il trasferimento nelle carceri della Vicaria a Napoli.
Basso e Federico cominciarono subito a scrivere ma inevitabilmente le lettere subivano lunghi ritardi e quelle che riuscivano ad arrivare erano censurate con segni neri fatti con il carboncino che macchiavano il resto della lettera, per cui diventava un’impresa leggerne il contenuto.
Il viaggio da Lucera a Napoli durò circa due giorni, un carrozzone scuro trainato da due cavalli neri carico di sei prigionieri e con una scorta di quattro militari a cavallo partì ben presto, prendendo il tratturo fino ai monti del matese per poi passare nella vicina Campania nei pressi di Benevento. Il carro aveva nella parte posteriore una piccola finestrella con delle sbarre di ferro arrugginito, era fredda e buia, le panche di legno erano ancora più scomode a causa della mancanza di ganasce per ammortizzare le migliaia di buche lungo la strada dissestata. Il rumore assordante delle ruote di legno ricoperte di ferro sul selciato entrava nella testa che rimbombava. Liberatorio e provvidenziale fu l’arrivo ad una locanda lungo il tratturo dove passarono la notte. Incatenati tutti insieme nella stalla sulla paglia e riforniti con una minestra calda e un tozzo di pane, ben presto tutti dormirono ma Basso e Federico non chiusero occhio, i pensieri martellavano la mente, i ricordi andavano a Termoli, agli amici, alla madre, alla marina profumata di alghe, ‘a jërvëlellë, il leggero maestrale trasportava questo profumo fino in paese, lo potevi captare lungo il corso Nazionale, alla Villa Comunale, a Rio vivo, la fresca brezza era accompagnata da un cielo terso che faceva intravedere le Tremiti e il Gargano. I ricordi e le sensazioni immaginate nelle menti di Basso e Federico lasciavano passare le ore i giorni e gli anni con la speranza che i due fratelli presto potessero tornare nel loro mondo e rivivere momenti felici con la loro amata madre.
Alle sei albeggiò e i gendarmi li ricondussero sul carro pronti per riprendere il duro viaggio. Ancora dieci ore circa li dividevano dalla nuova casa, si dicevano cose raccapriccianti su quel luogo. Il sole stava tramontando quando arrivarono a Napoli, le carceri della vicaria erano famose per la durezza dei regolamenti , lì non c’è tempo di pensare al futuro, bisogna attaccarsi al presente e resistere. Sopportare il freddo, la fame, l’ansia di essere interrogati, torturati. Ma il dolore più grande era la mancanza di libertà.
Delinquenti comuni i compagni di viaggio dei Brigida, ladri di cavalli e impostori che non avevano nulla da perdere. Basso e Federico venivano chiamati “ i Professori”. Erano diventati i punti di riferimento di molti. Scrivevano lettere, davano consigli, insegnavano a scrivere e a leggere ai vari prigionieri e grazie a questo riuscirono a sopportare lunghi anni nelle dure carceri. Si accattivarono la simpatia non solo dei carcerati ma anche dei carcerieri perché la maggior parte era analfabeta. Con il loro calore umano e la bontà d’animo fecero del bene in ogni occasione, trascurando spesso la loro posizione a beneficio dei più deboli.
Da qualche tempo giravano voci di rivolta, le truppe di Chiampionnet erano alle porte di Napoli e ai giovani termolesi e a tutti gli altri prigionieri politici si riaprì la speranza di libertà.
Ferdinando IV, non prima di commettere ulteriori delitti tra i prigionieri della Vicaria si imbarcò su due legni inglesi, per miracolo i nostri fratelli si salvarono da quel colpo di coda dei Borboni che mal digerivano la loro partenza dal Regno.
Il 24 gennaio del 1799 Chiampionet entrava definitivamente in Napoli e proclamava la Repubblica, liberando i prigionieri. Dopo quattro lunghi anni di sofferenza Basso e Federico, indeboliti nel fisico ma rinforzati nell’animo riacquistarono la libertà.
Le sventure patite e le notti angosciose svanirono come per incanto, i due fratelli non persero tempo ad intraprendere il viaggio di ritorno verso Termoli. Un lungo viaggio, era freddo e la neve del Matese rallentò molto la marcia della carozza che riportava quei due figli agli affetti della madre e degli amici.
Termoli aveva abbracciato l’ordine nuovo Repubblicano, si respirava aria di nuovo e di libertà, con una gran festa si innalzò l’albero della Libertà nella piazza del Duomo, grandi festeggiamenti accolsero i Brigida, ormai famosi a tutti i paesani per le loro gesta di altruismo e di bontà, consolando i più deboli, asciugando le lacrime di quanti piangevano per le torture e le malvagità subite. In piazza i giovani liberali gridavano “abbasso la tirannide”, nessuno poteva mai immaginare che da li a pochi giorni una triste tragedia avrebbe turbato quei momenti di gioia e di libertà che mai avevano goduto. I giorni successivi al ritorno dei Brigida a casa furono meravigliosi, intensi e pieni di avvenimenti lieti. Andarono a pesca lasciandosi ormai alle spalle le sofferenze, erano giovani con una gran voglia di divertirsi. La vita ricominciava ma il regno era in balia del brigantaggio più efferato, che si era intensificato a causa delle difficoltà delle nuove istituzioni ad organizzarsi. Molti briganti erano disertori dell’esercito che preferirono all’onor delle armi l’assassinio e il furto.
Un numeroso gruppo di albanesi, almeno 300, spronati dal Duca di Casacalenda fedele ai Borboni per censo e che coglieva l’occasione per vendicarsi di Bernardo Brigida che quando era in vita denunciò il malaffare tributario sulla vendita dei grani infossati nel suo caricatoio, e spinti chi dalla fame, chi dalla vendetta chi dalla speranza di grossi bottini, si organizzarono e sparsero sangue e morti in ogni luogo.
Il 2 febbraio 1799 l’orda assassina, composta da individui armati fino ai denti, era sotto le mura che ancora riuscivano a difendere la città da incursioni. Fu un vile traditore che fece entrare i nemici, costui, Bartolomeo di Gregorio, già famoso e ricco grazie a furti rapine e assassini, servo dei Borboni fu un pessimo cittadino, vendicativo nei confronti di chiunque lo ostacolava nei suoi loschi commerci. Si racconta che aveva una barca che una notte affittò ad un padre per mettere in salvo i figli e che non esitò ad assassinarli e buttarli in mare non prima di averli derubati di ogni sostanza.
Prima di aprire la porta della città agli albanesi assetati di sangue fece partire per le isole Tremiti i famigliari, imbarcò ogni suo bene oltre ad una gran quantità di grano e organizzò l’inganno con la complicità di un suo zio prete ignaro del disegno criminale del nipote. Il prete convinto di trattare con gli albanesi andò loro incontro in processione con la speranza di evitare lo spargimento di sangue ma così non fu, appena dentro le mura i briganti uccisero, incendiarono, stuprarono donne e saccheggiarono ogni cosa.
L’infame di Gregorio invitò a gran voce dalle mura del terrapieno gli albanesi e poi fuggì. Il primo ad essere ferito sotto i colpi degli accaniti invasori fu il Dott. Domenico Bassani cognato dei Brigida, mentre Giovanni Puca che era di guardia all’albero della libertà fu ucciso. Presi alla sprovvista nessuno seppe difendersi e finirono vilmente massacrati uomini, donne, vecchi e bambini.
Molti cercarono rifugio nella Cattedrale, proprio qui Basso e Federico si nascosero nella stanzetta attigua alla sacrestia con la porta d’entrata nascosta da un grosso armadio. Il rifugio era buono, solo un ulteriore tradimento avrebbe potuto farli scoprire, e così fu: Ancora un vile tradimento fu la causa della morte dei coraggiosi fratelli, un certo Pasquale Marchese, uno scaccino di infame memoria, allo scopo di lucrare e abbagliato dalle promesse degli assassini fece scoprire il nascondiglio. Insieme a Basso e Federico furono presi altri concittadini in quella buia stanzetta: Annibale e Domenico Bassani che credettero morto, i fratelli Francesco Saverio e Domenicantonio di Claudio, il padre di Giovanni Puca, morto sotto l’albero della libertà, Giuseppe e Giambattista Massaro, Giovanni Lione, Giacomo de Sanctis e un soldato di Pescara di nome Pucciani. Al fuggitivo Francesco Colonna imposero una taglia mentre gli altri legati e bastonati, strappati di ogni abito, tra mille urla di scherno e risate furono trascinati fino alla Torre del Molino a Vento e trucidati. Alla loro esecuzione assistette il canonico Don Macario De Fanis che così scrisse nel Registro Parrocchiale dei Morti:
“…..sono morti senza sacramento alcuno perché furono uccisi voluti giacobini dagli albanesi fuori le porta della città e propriamente nel Molino a Vento fra i quali furono feriti ancora Domenicantonio Di Claudio e D. Federico Brigida, il quale portato a Campomarino, dopo quattordici giorni passò ad altra vita e l’altro sta ferito con lo stesso pericolo. Ne giorno appresso fu preso l’altro voluto giacobino Francesco Colonna da quel di San Giacomo e colà stesso passò ad altra vita con colpi di fucile.
Termoli 3 febbraio 1799 e senza merito canonico De Fanis”.

Donna Maria Concetta Quici fu un personaggio di cui andare fieri, per la forza che ha avuto durante la sua esistenza, prima la morte della madre in giovane età, poi il marito Bernardo ancora trentottenne e poi quei due figli maschi che tanto amava. Riuscì ad maritare tutte le figlie con degni e nobili sposi, riuscì a non trascurare gli affari del caricatoio incrementandone i ricavi, in ogni occasione faceva del bene con donazioni ai poveri, ma dimostrò grandezza d’animo allorquando dissuase il genero Cap. Rossi di Bonefro che, appresa la notizia della morte dei giovani cognati arrivò a Termoli con un manipolo di uomini pronti a far vendetta specie nei confronti di quel delinquente di di Gregorio Bartolomeo che avrebbe meritato si una giusta punizione. La nobile signora, frenò lo slancio dell’ardente genero dicendogli:
“… rinuncia alla vendetta giacchè quell’uomo, ormai folle, è stato già punito da Dio; uccidendo lui, inerme e deriso dal popolo, sarebbe magra giustizia e i miei figli non tornerebbero giammai”.
Pagò addirittura i suoi servi affinchè allontanassero sempre i fanciulli che disturbavano e deridevano il di Gregorio durante le sue uscite in piazza, era una donna bella, di statura superba e dalle forme atletiche soleva parlare spesso in Latino e questa madre modello che compì l’atto eroico, sublime del perdono ai nemici, meritò nella storia l’appellativo di “Cornelia Termolese”.
“…Il 9 gennaio 1834, all’età di 85 anni, Donna Maria Concetta Quici figlia delli furono Don Costantino e Donna Anna D’Alessandro, non che vedova di Don Bernardo Brigida, dopo essere munita dei SS, Sacramenti è morta in grembo di S. Chiesa, e fu sepolta in questa Cattedrale, sotto l’altare dell’Addolorata sua avvocata”. (dal registro Parrocchiale dei morti Il Parroco Don Domenico Marconicchio).


Termino il mio lavoro ricordando che furono tutt’altro che secoli bui quelli del Medioevo nella nostra città. E’ vero, cupi fantasmi agitavano il Borgo Antico e il suo Castello. Fantasmi e paure ne segnavano il tempo. Ma stava crescendo un’umanità nuova, prendeva corpo la nostra bella rocca e fioriva l’Arte.